Voto: 
6.7 / 10
Autore: 
A. Giulio Magliulo
Etichetta: 
Autoprod.
Anno: 
2011
Line-Up: 

Giuseppe De Filippis: voce, chitarre, percussioni, tastiere.

Ciro Battiloro: basso.

Tracklist: 

Canyon Sam

Last December

Diggin'

People From Your Town

Secret In Your Toy

The Give-Up Song

Alien Wail

Joseph Ride

Joseph Ride

Neanche il tempo di glorificare Guy Littell ed ecco che un nuovo luminosissimo astro sfreccia nel cielo sopra il Vesuvio; probabilmente il bacino napoletano con la sua periferia difficile - come un pò tutte le provincie – dopo la sbornia hip-hop e dubbettara dei decenni passati sta spostando le sue attenzioni verso sonorità più rock (Napoli si sa, in quanto a musiche di radice black, dal jazz al blues ai generi prima citati non è seconda a nessuno).

Joseph Ride proviene dalla stessa zona di Guy Littell di cui è amico, in fase di produzione dei loro lavori si sono avvalsi dei servigi dello stesso Ferdinando Farro dei Maybe I'm (Jestrai Records) e condividono anche la stessa dimensione estetica; non necessariamente influenze o fonti d'ispirazione che possono anche essere analoghe grazie ad un vissuto comune, ma una visione d'insieme cui sottendono i loro prodotti. Forse la voglia di restare scarni e minimal anche quando si dispone di brani dall'appeal anthemico (in senso indie-pop/rock naturalmente) in Joseph Ride è ancora troppo forte.

Spesso poi ci si nasconde dietro il paravento di una indisponibilità economica (molte bands vorrebbero avere un suono diverso ma non possono..) ma non è questo il caso poichè qui c'è una vera e propria ammissione da leggere letteralmente 'tra le righe': (da The Give-Up Song) '...I tried so hard but never reach my wall of sound..I know I'm far from playing good like Johnny Marr but I don't wanna go that far, today'.

Anche a ricoprirli di soldi artisti così il risultato non sarebbe troppo dissimile da quello che abbiamo oggi perchè qui c'è di fondo un rispetto verso il proprio lavoro, e cioè render giustizia alla povertà di mezzi, al contesto in cui l'opera è nata ed un'onestà disarmante verso un ipotetico pubblico da non ingannare in un'ipotetica situazione di live futuri. Questo è il retaggio che ci lasciano anni di lo-fi e questo è il rischio conseguente: venir confusi tra mille dischi analoghi nel suono e quindi dimenticati, anche quando si hanno i numeri come Joseph Ride che li davvero proprio tutti.

In ogni caso con simili presupposti non poteva che venir fuori un debut e.p. sincero e di grande freschezza, sintesi di pop-psych dei sixties e alternative '80 e '90 lontana dai soliti minestroni dal gusto facile con le polverine aggiustatutto che le ondate revivalistiche del rock aggiungono senza parsimonia e pudore alcuno.

Bastano poche note di chitarra acustica e quella voce nella placida opener Canyon Sam a spostare i Byrds nella West-Coast mettendoci però Elliott Smith a cantare ed affidando l'assolo finale a Joey Santiago dei Pixies.

Queste coordinate potrebbero già bastare a definire gli orizzonti sonori entro cui si muove Joseph Ride ma sono le innumerevoli sfumature che si colgono in ogni brano a fare grande questo e.p., una serie di istantanee viste da una colorata ruota panoramica che gira lenta e che ci permette di coglierle tutte, rendendoci felici come bambini che han ritrovato il loro giocattolo, come adulti che han ritrovato i loro cd impolverati dell'adolescenza, quando sapevano ancora sognare.

In Last December si nascondono Simon & Garfunkel, in Secret in Your Toy i Grandaddy e Stephen Malkmus, in The Give-Up Song i Meat Puppets di Too High To Die, il tutto tratteggiato ora con delicati pastelli 'scozzesi' dimenticati nei cassetti degli anni novanta, ora con brillante vernice 'paisley'; più che dream-pop, dream songs per cowboys psichedelici. Quanta grazia!

 

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