Voto: 
7.4 / 10
Autore: 
Paolo Bellipanni
Genere: 
Etichetta: 
Thrill Jockey
Anno: 
2010
Line-Up: 

- J. Gerrit Welmers - synth, programming
- William Cashion - basso
- Samuel T. Herring - voce

Tracklist: 

1. Walking Through That Door
2. Long Flight
3. Tin Man
4. An Apology
5. In Evening Air
6. Swept Inside
7. Inch Of Dust
8. Vireo's Eye
9. As I Fall

Future Islands

In Evening Air

Il revival anni '80, dilagando come non è mai successo prima nella storia del pop, è ormai diventato il più grande trend musicale del dopo duemila. Eppure bisogna necessariamente continuare a distinguere chi questo revival lo interpreta in maniera emozionante e chi invece vi si crogiola solo per esigenze di moda e successo. L'indie contemporaneo è per lo più composto da band appartenenti a questa seconda categoria e oramai è quasi impossibile tenere a mente i gruppi che si reimmergono con scarsi risultati nel post-punk e nel pop ottantiano.
Ma mentre la stragrande maggioranza di questa schiera di giovani musicisti continua a dirigersi inevitabilmente verso le medesime soluzioni artistiche, c'è anche chi, al contrario, di quel periodo d'oro è andato a riprenderne il lato complementare: i Future Islands l'hanno fatto, e l'hanno fatto talmente bene che ora come ora è veramente difficile trovare qualcuno che, nello stesso ambito stilistico, suoni meglio di loro.
Le chiavi del new pop finiscono così tra le mani di un complesso del Maryland - per dirla tutta - nemmeno molto giovane e con una carriera tutt'altro che esaltante. Formatisi e usciti per la prima volta con una release autoprodotta (Little Advances) nel 2006, i Future Islands hanno impiegato ben quattro anni per portare a termine il loro primo 'vero' album, occupando il tempo nel mezzo con collaborazioni (Moss of Aura e Dan Deacon), 12'', ristampe su cassetta ed Ep.
Tempo in ogni caso ben speso, visto che il loro nuovo full-lenght, In Evening Air, è destinato a rimanere una delle migliori uscite di pop sintetico degli ultimi anni.

Che le loro qualità non fossero trascurabili se n'è accorta per prima la Thrill Jockey (assoluto punto di riferimento discografico per il pop-rock alternativo e sperimentale), mettendoli sotto la propria ala protettrice e producendo il loro delizioso Ep In the Fall come apertura di sipario per il seguente full-lenght. A quanto pare, l'etichetta newyorkese (che ha annoverato tra le sue fila gente del calibro di Tortoise, Tom Verlaine e Boredoms) ha messo a segno uno dei più interessanti colpi dell'anno: In Evening Air è infatti un disco che non esagera in nulla, che non si perde in banalità, che sfocia mai nel prolisso e che, sopratutto, reinterpreta con grande vigore la new wave ottantiana, divertendo ed emozionando. Allargandosi anche a tratti verso una melodiosità quasi notwistiana (Long Flight), il full-lenght dei Future Islands si distende lungo atmosfere delicate e sottilissime, filtrate in un synth pop tutt'altro che di maniera (nulla a che fare con New Order, Depeche Mode o Duran Duran, dei quali i Future Islands rifiutano le costruzioni sintetiche più pacchine e patinate) oltre che abilissimo nel cambiare i propri toni e la propria densità atmosferica, colpendo conseguentemente l'ascoltatore tanto con giochi melodici allegri e scanzonati (la gioisità di marchio a-ha, di Walking Through That Door, i synth ovattati di Tin Man) quanto con momenti ben più tesi e melodicamente intensi. Questo il caso di quelli che - non per niente - sono i maggiori gioielli dell'album, prima Long Flight col suo lieve e profondo ondeggiare (le costruzioni sintetiche raggiungono qui, per raffinatezza e gusto melodico, la vetta dell'intero album), poi il più vigoroso incedere di Video's Eye e infine quell'ultima gemma, incastonata proprio alla fine dell'album come per consegnarci il suo valore più profondo: As I Fall è il volto più cupo di In Evening Air e al contempo il suo frammento più vibrante, una danza leggiadra in cui il beat (pur mantenendo una certa velocità) si assottiglia fino quasi a scomparire, lasciando in primo piano un (semplice ma azzecatissimo) moto ostinato di basso e la voce, mai così trascinante e coinvolgente, di Samuel T. Herring, prima che un lento onirismo ambientale prenda il sopravvento chiudendo l'album in un soffio.

Come già detto, guardandosi attorno è veramente difficile trovare di meglio oggi come oggi, specialmente all'interno dell'inesauribile - e per certi versi ormai stressante - revival anni '80; vista anche la continua decadenza (abilmente mascherata dai discografici sotto una moda resa sapientemente dilagante) da cui l'indie rock si sta facendo assalire, non resta che sperare che i prossimi esponenti del genere (sia che si tratti di post-punk o di synth pop) riescano a imparare qualcosa dai Future Islands. Perchè se reimmergersi nel passato, idolatrarne e tentare di rievocarne le gesta è ormai diventato un imperativo, allora è necessario che alla base di questa 'ricerca' vi sia originilità e, soprattutto, creatività; caratteristiche che il trio di Baltimora ha e - pur senza far gridare al capolavoro - ha messo in luce in un album divertente, semplice e toccante.


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