Dead Can Dance | Anastasis | RockLine.it
Voto: 
7.9 / 10
Autore: 
Vincenzo Ticli
Genere: 
Etichetta: 
Pias
Anno: 
2012
Tracklist: 

1. Children of the Sun
2. Anabasis
3. Agape
4. Amnesia
5. Kiko
6. Opium
7. Return of the She-King
8. All in Good Time

Dead Can Dance

Anastasis

Sedici anni fa, i Dead Can Dance davano l’addio al mondo della musica con il loro Spiritchaser e annunciavano il loro scioglimento. Sedici anni dopo avviene l’anastasi, la risurrezione del duo: fiorisce, appunto, Anastasis. Dopo sedici, lunghi anni d’assenza, da un progetto musicale di tale calibro ci si aspetta un ritorno trionfale con un capolavoro degno di nota, attesa che viene puntualmente delusa: Anastasis non è un capolavoro, accusa il colpo del tempo, della ridotta gamma di idee e della ripetitività che fisiologicamente si impadroniscono di qualsiasi artista che abbia avuto una carriera così varia e longeva.

Il debutto dei Dead Can Dance nella scena musicale del XXI secolo non è assolutamente tutto rose e fiori: le canzoni mancano spesso di freschezza e spontaneità e rivelano, loro malgrado, la laboriosità legata alla loro realizzazione. Una vera e propria anabasi, un percorso ad ostacoli, come recita il titolo di una delle canzoni, Anabasis: pervasa di mistero orientale, è cadenzata da un pesante 4/4 su cui si librano violini arabi e liuti orientali, mentre la voce inequivocabile di Lisa Gerrard, immune al tempo, disegna imperscrutabili intarsi e l’hang drum risuona in tocchi metallici e attoniti che rimandano curiosamente alle influenze orientaleggianti della prima Kate Bush (come in Egypt). Altre due canzoni saranno decisamente legate alla tradizione musicale araba, come la successiva Agape che inizia subito con complicati intrecci violinistici di scale arabe, e Kiko, minacciosa e affascinante nei suoi tempi dispari percossi come in un rituale arcano e nei bassi à la Cure. Il legante comune tra queste canzoni rimane l’aleggiare leggero ma persistente della voce amorfa della Gerrard, che si contorce sicura e precisa e diventa quasi indistinguibile dal resto della strumentazione. In Kiko, a fare da contraltare troviamo assoli di liuto arabo che scorrono veloci e fluidi come rivoli pieni di anse, e alla fine persino la moderna chitarra riesce a parlare perfettamente la lingua antica che pervade l’intera canzone.
Sebbene queste canzoni siano interessanti e, in alcuni casi, anche sorprendenti, nel complesso suonano un po’ ripetitive e ridondanti, non aggiungendo nulla al repertorio passato del gruppo e suonando nell’album quasi come riempitivi aggiunti, in un certo senso, per “allungare il brodo”. La prima metà dell’album, infatti, scorre con una certa difficoltà, complice anche Amnesia, prova vocale di Brendan Perry che canta su una base scorrevole e ariosa di archi sintetici e pianoforte, talmente impalpabile che difficilmente riesce a fare presa e a rendere la melodia riconoscibile, cosa coerente con il tema della canzone, che si doglie dell’amnesia collettiva di cui sembra affetta l’intera società, incapace di imparare dalle lezioni del passato e pronta a commettere sempre gli stessi errori, ma poco funzionale alla sua stessa riuscita in quanto canzone, tanto da farla passare un po’ in secondo piano. Il discorso cambia per la conclusiva All in Good Time, un monologo in voce maschile su archi ventosi e dotata di una carica ipnotica che si poggia su ritmi sommessi simili a quelli del bolero, capaci di riportarla indietro di quasi un secolo, e per Opium, una ballata infernale su percussioni tese e medievali cori gregoriani, mitigati ancora una volta dal morbido suono dell’hang drum che si limita ad accompagnare con dolcezza la canzone all’inevitabile rovina.
Return of the She-King si erge maestosa subito prima della fine dell’album, in tutta la sua pomposità che la rende una realistica canzone d’insediamento per un’esotica regina-semidea. Incentrata su un tema che rimanda ad un’antica ballata celtica, la canzone sconfina ben presto in qualcosa di ben più intenso e grande, colorandosi di suggestioni orientali e tribali, ed è l’unica in cui Lisa Gerrard e Brendan Perry duettano, la prima impegnata nella realizzazione di uno stupefacente mosaico vergato di ieraticità, quasi il canto di un’assira Ishtar, il secondo che disarticola il suo linguaggio e si assoggetta ai vocalizzi della dea.Children of the Sun è il pezzo d’esordio, e sin dai primi dei suoi sette minuti e mezzo si consacra come il pezzo di spicco dell’album, forse uno dei migliori scritti dal duo: la voce senza tempo di Perry si libra su una marcia rinascimentale imperniata su un profondo drone monocorde, attorno a cui si avvolgono e a cui si riconducono tutte le melodie che compongono la canzone, quasi stanze isolate e separate ma allo stesso tempo incatenate tutte a quell’unico, solido stipite che è costretto a cedere soltanto due volte, la prima sospinto dall’innalzarsi della voce in un impeto liberatorio, la seconda al seguito delle trombe che squillano in un crescendo grandioso. Una canzone imponente, la più adatta a celebrare un ritorno atteso ed ammirato, sicuramente destinata a restare negli annali.

I Dead Can Dance sono tornati. Lo stile di Anastasis non spicca per innovazione e si adegua in tutto e per tutto allo standard a cui per tre decenni Gerrard e Perry hanno abituato il loro pubblico e, francamente parlando, risulterebbe poco realistico e forse anche sbagliato pensare che avrebbero dovuto rinnovarsi drasticamente: essendo stati i veri e propri fautori di un genere, sarebbe stato un azzardo spersonalizzante e quantomeno controproducente. Così, il nuovo millennio ci concede un lavoro epico e altisonante come sempre, come sempre curato all’infinito nelle melodie e negli arrangiamenti originali, come sempre raffinato. Ed è proprio questa la cosa che spicca di più: gli anni potranno pur passare ma, se la si possiede, l’eleganza resterà per sempre immutata, e Anastasis dei Dead Can Dance ne è la prova.

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