Cure, The | Three Imaginary Boys | RockLine.it
Voto: 
7.0 / 10
Autore: 
Edoardo Baldini
Genere: 
Etichetta: 
Fiction Records
Anno: 
1979
Line-Up: 

- Michael Dempsey - basso, voce
- Robert Smith - chitarra, voce
- Lol Tolhurst - batteria

Tracklist: 

1. 10:15 Saturday Night
2. Accuracy
3. Grinding Halt
4. Another Day
5. Object
6. Subway Song
7. Foxy Lady (Hendrix)
8. Meathook
9. So What
10. Fire in Cairo
11. It's Not You
12. Three Imaginary Boys

Cure, The

Three Imaginary Boys

Nel dicembre 1972 cinque alunni della Notre Dame Middle School di Sussex si conobbero avviando un progetto musicale amatoriale chiamato The Obelisk; da quel primordiale esperimento liceale si formò nel 1976 il gruppo Malice, che comprendeva parte del nucleo dei The Obelisk, e che presto cambiò nome in Easy Cure (1977) iniziando a percorrere i meandri del Punk che imperversava nell’Inghilterra del periodo. Dopo aver cercato di adattare diversi cantanti al ruolo vocale, Robert Smith (tastierista e successivamente chitarrista) assunse il ruolo di front-man e diede il primo impulso alla band per giungere al successo. Sono del 1978 il cambiamento del nome da Easy Cure a The Cure e il primo contratto importante con la neonata Fiction Records, distribuita dalla celebre Polydor.
Il singolo Killing An Arab fu criticato pesantemente perché dotato di un titolo provocatorio e “di stampo razzista” (diversa era l'interpretazione della band), ma allo stesso tempo fu apprezzato per le sue qualità musicali, che si potevano inscrivere nella nuova corrente Post Punk.

Nel 1979 i Cure debuttarono con Three Imaginary Boys, disco che sin dalla sua pubblicazione trovò il responso negativo dello stesso Robert Smith, non soddisfatto né dell’artwork scelto, né dell’ordine delle canzoni. L’album infatti non avrebbe mai riscontrato così tanto successo se successivamente Robert e compagni non avessero accettato di supportare gli emergenti Siouxsie & The Banshees in tour per Gran Bretagna e Olanda.
Addentrandosi nell’ascolto di Three Imaginary Boys, si percepisce sin da subito l’alone del Post Punk, unito sia a reminescenze Pop sia a chiusure di suono quasi inedite per il panorama inglese.
10.15 Saturday Night dà l’avvio all’album con un ritmo incalzante, scandito da chitarre e batteria, e con la voce di Robert Smith che assume i tratti tipici del tono caratteristico dei Settanta londinesi, mesto e quasi indifferente. Accuracy nel tessuto sottostante non presenta invece le chitarre acide che avevano contraddistinto l’opener, ma uno stile più cupo e soffuso, predecessore di quello che i Cure avrebbero portato all’eccesso negli anni seguenti.
E se Grinding Halt e Object fanno riscoprire accelerazioni Punk semplici ma efficaci, Another Day è un Pop mesto e ricco di dissonanze, che stregherà l’ascoltatore con la sua atmosfera avvolgente.
Da segnalare tra le tracce più incisive di Three Imaginary Boys c’è So What, dove Smith diventa determinato e si discosta dalle esecuzioni precedenti, mentre tra quelle più votate alle distensioni melodiche c’è Fire In Cairo, uno degli episodi migliori.
Curiosa è la cover di Foxy Lady di Jimi Hendrix, unica canzone della carriera dei Cure non cantata da Robert Smith, ma dal bassista Micheal Dempsey: tale pezzo fu eliminato nella versione americana, perché era un soundcheck che i Cure non avevano intenzione di inserire nell’album. Tuttavia, la casa discografica stabilì di inserirlo nel materiale di Three Imaginary Boys per aumentare le vendite e diede un nuovo ordine alle canzoni di Smith e compagni; l’azione provocò il dissenso dello stesso Robert, che dal 1979 si impose per controllare di persona le fasi finali della produzione di ciascuna opera.

Da Three Imaginary Boys prendeva forma una realtà che avrebbe sconvolto di lì a qualche anno l’intera scena inglese ed internazionale per le sue soluzioni originali, rappresentative dell’evoluzione che il Punk stava subendo alla fine degli anni Settanta. Gli Ottanta dei Cure vedranno il trionfo della Dark Wave, movimento di cui la formazione avrebbe raffigurato uno degli esponenti principali. Musicalmente l’esordio non è di certo degno dei lavori di astri nascenti contemporanei quali Joy Division, Siouxsie & The Banshees e The Fall; tuttavia, esso costituisce un esempio fondamentale di come una band riesca ad evolversi nella sua storia, proponendo scelte alternative da quelle della propria epoca, pur partendo dagli insegnamenti dei predecessori (in questo caso la prima ondata Punk di Sex Pistols, The Clash, The Ramones e The Damned).

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