Cure, The | Seventeen Seconds | RockLine.it
Voto: 
8.0 / 10
Autore: 
Edoardo Baldini
Genere: 
Etichetta: 
Fiction Records
Anno: 
1980
Line-Up: 

- Robert Smith - chitarra, voce
- Matthieu Hartley - tastiera
- Laurence Tolhurst - batteria
- Simon Gallup - basso


Tracklist: 

1. A Reflection (Strumentale)
2. Play for Today
3. Secrets
4. In Your House
5. Three
6. The Final Sound (Strumentale)
7. A Forest
8. M
9. At Night
10. Seventeen Seconds

Cure, The

Seventeen Seconds

Seventeen Seconds, datato 1980, apre il capitolo più oscuro della band di Blackpool, costituendo il primo tassello di quella che verrà presto definita la “trilogia dark”, formata insieme con i successivi Faith e Pornography.
L’ingresso del bassista Simon Gallup e del tastierista Matthieu Hartley permettono a Robert Smith di cambiare direzione compositiva, andando a sperimentare sonorità cupe e tenebrose, in piena sintonia con la copertina che ritrae una foresta nebbiosa e dall’atmosfera rarefatta.
A solo un anno dall’uscita del debutto Three Imaginary Boys, i Cure sono mutati nel feeling sonoro, evolvendo quel Post Punk marcio ed ancora immaturo in uno stile nuovo, intriso del malessere e del disagio quotidiano delle metropoli inglesi degli anni Ottanta.

L’apporto di Hartley si percepisce già nella traccia d’apertura: carica di monotonia oscura e di staticità, A Reflection è solo il preludio a ciò che produrrà Seventeen Seconds: Play for Today difatti delinea riff di chitarra dal sapore Punk, permeati da un’avvolgente atmosfera malinconica.
Le tracce si susseguono brevi e la voce di Robert Smith si erge tristissima su un pattern di batteria pressoché costante ed invariato e su un tessuto delle chitarre coinvolgente, parecchio legato al precedente ep Boys Don’t Cry.
Chiusa in se stessa e decadente è Secrets, tanto bella nei suoi temi di chitarra clean quanto mesta e desolata nelle spruzzate di pianoforte che intervengono a variare la melodia del riff principale; sensazioni di perdizione si susseguono nell’esplicita e macabra poesia di Smith, dilaniata da sporadici ma spettrali effetti elettronici (In Your House) o percorsa da ipnotici e ripetitivi motivi di chitarra e batteria (Three).
Le dissonanze della brevissima ma incisiva The Final Sound tramortiscono l’ascoltatore prima di immetterlo nel capolavoro dei Cure in Seventeen Seconds, ovvero la classica ed eterna A Forest, singolo che rappresenta al meglio le tonalità grigie della dissoluzione interiore di Robert.

I'm lost in a forest
All alone
The girl was never there
It's always the same
I'm running towards nothing
Again and again and again


Si ritorna nuovamente a confrontarsi con l’alone malato dei primi Cure con l’ottava traccia, M, anch’essa dotata di liriche drammatiche ed incisive, forti di tensione emotiva e testimoni di un’epoca contorta come l’inizio degli Ottanta.
At Night raffigura un delirio notturno, che trasmette ansia, solitudine e disperazione nella contemplazione del buio e del silenzio; tale inquietudine sfocerà nella conclusiva title-track, che chiude l’album senza delineare una vera e propria fine concettuale, rimandando invece ad una continuazione ben più complessa e strutturata (il futuro Faith).

In definitiva un lavoro tetro, ghiacciato e minimalista questo Seventeen Seconds, denso di un inedito nichilismo e di una parvenza tenebrosa, sì accennata già da altre realtà della scena Darkwave inglese, quali Joy Division e Bauhaus, ma ancora non così ben delineata come sarà a partire dalla pubblicazione del secondo platter dei Cure.
Nel corso dei soli due anni che separano Seventeen Seconds dalla fine della trilogia dark, i Cure hanno saputo affrontare tematiche profonde, intricate e consistenti: dal sentimentalismo nero (Seventeen Seconds) alla disperata ricerca di una fede religiosa che possa confortare (Faith), fino alla definitiva caduta che porta alla follia mentale (Pornography). Il Darkwave è passato attraverso e si è plasmato grazie a capolavori come questo e i maestri Cure hanno contribuito sin dalle origini con un apporto significativo per definire un genere così ambivalente quanto dannatamente vicino alla realtà umana.

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