Cure, The | Boys Don't Cry | RockLine.it
Voto: 
6.5 / 10
Autore: 
Edoardo Baldini
Genere: 
Etichetta: 
Fiction Records
Anno: 
1980
Line-Up: 

- Michael Dempsey - basso, voce
- Robert Smith - chitarra, voce
- Laurence Tolhurst - batteria


Tracklist: 

1. Boys Don't Cry (02:35)
2. Plastic Passion (02:14)
3. 10:15 Saturday Night (03:38)
4. Accuracy (02:16)
5. So What (03:01)
6. Jumping Someone Else's Train (02:56)
7. Subway Song (01:59)
8. Killing an Arab (02:22)
9. Fire in Cairo (03:21)
10. Another Day (03:43)
11. Grinding Halt (02:49)
12. Three Imaginary Boys (03:14)

Cure, The

Boys Don't Cry

Nell’agosto del 1980, il ventunenne Robert Smith era rimasto insoddisfatto del risultato ottenuto col precedente e immaturo Three Imaginary Boys, pubblicato l’anno precedente e dotato di una tracklist che comprendeva i brani ed i singoli ideati dal terzetto inglese dal 1976. Così, volendo trovare un nuovo contatto con il pubblico che abbastanza li aveva sostenuti durante le esibizioni live con i Joy Division e i Siouxsie & the Banshees, i Cure decisero di registrare nuovamente il materiale costruito in quegli anni, a partire dal celebre singolo Boys Don’t Cry, che darà nome al secondo full-lenght, un’opera legata quasi completamente alle radici Punk Rock di Robert e compagni.
Accennate parvenze di ciò che sarà la New Wave inglesi si ritrovano nel disco, che rimane oscuro in diversi suoi capitoli, senza mai eccedere nel nichilismo più perso come avverrà per Pornography.
Da Boys Don’t Cry si avvia l’evoluzione di un gruppo che cerca di uscire dagli scherzi musicali proposti nel primo platter: gli schemi delle brevi ma intense tracce di Robert sono pressoché semplici e banali, ma le idee non faticano ad uscire dalle chitarre e dall’approccio della voce.

La produzione dell’album non è delle più convincenti, sebbene sia nettamente superiore a quella di Three Imaginary Boys; il singolo Boys Don’t Cry apre in modo spettacolare il disco, con le melodie delle chitarre e il ritmo scandito da sezioni di batteria e basso figlie del Punk inglese. Anche Robert nell’interpretazione vocale non si allontana dai canoni del genere, legando il testo della canzone nel modo più prevedibile possibile, senza giocare sugli effetti a sorpresa dell’espressività vocale che rimarranno simbolo indelebile del secondo periodo Cure.
Come testimoniato dalla brevità delle tracce, l’album appare più come una serie di appunti che serviranno al terzetto britannico per giungere a nuove future sperimentazioni: esso corre via veloce, attraverso episodi per nulla convincenti come Plastic Passion, o Accuracy, dalle parvenze leggermente Dark.
Molto più diretti So What, abbastanza dinamico nello sviluppo della voce di Robert sulle chitarre costanti e ripetitive, Jumping Someone Else’s Train, veloce e gradevolissimo brano che rimane impresso nella mente dell’ascoltatore insieme alla title-track e all’altro singolo composto precedentemente, cioè Killing an Arab.
Appare questo come il massimo esempio di sperimentazione di Boys Don’t Cry, denso nelle linee di basso e, come da titolo, orientaleggiante nel feeling, dato alquanto inusuale per una band inglese cresciuta nel bel mezzo della corrente Punk.

Se i Cure hanno lentamente trovato il sound che potesse esprimere al meglio le loro pulsioni interiori, un ruolo fondamentale l’ha rivestito Boys Don’t Cry, che ha ridato sicurezza compositiva ad un sempre più confuso Smith, deluso dalle prime soluzioni musicali presentate dal 1976.
Nonostante costituisca un prodotto discografico rilevante per la storia dei Cure, rimane acerbo e molto sottotono in numerosi elementi, ma esso non rappresenta altro che il preludio alla malinconia trasformata in arte di nome Pornography.

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