Cold Cave | Cherish the Light Year | RockLine.it
Voto: 
7.5 / 10
Autore: 
Gabriele Bartolini
Etichetta: 
Matador
Anno: 
2011
Line-Up: 

- Wesley Eisold
- Dominick Fernow
- Alex Garcia-Rivera

Tracklist: 

01. The Great Pan Is Dead
02. Pacing Around the Church
03. Confetti
04. Catacombs
05. Underworld USA
06. Icons of Summer
07. Alchemy and You
08. Burning Sage
09. Villains of the Moon

Cold Cave

Cherish the Light Year

"Seasons change and passions change
But I live in a city with no seasons or passions at all
It's awful
"



Da quando ha avuto il via il cosiddetto revival di gruppi post-punk / synth-pop, i Cold Cave, giunti persino in ritardo sulla piazza, sono senz' altro uno dei nomi più gettonati e meritevoli di attenzione. Unitosi a Philadelphia ed originariamente costituiti per buona parte da un folto numero di membri provenienti da gruppi sperimentali o hardcore talvolta anche famosi ( è il caso di Caralee McElroy e Jennifer Clavin, militanti rispettivamente negli Xiu Xiu e nei No Age in modo particolare in veste di live performer), l' ensemble registra molte tracce in sordina, senza mai rientrare tra i primissimi nomi lo-fi ma allo stesso tempo collaborando con i Crocodiles, ad esempio, non proprio dei novellini. Dopo aver raccolto le migliori cose venute fuori da questo primo periodo nella raccolta Cremations (Hospital, 2009) sempre nello stesso anno fanno uscire il loro disco d' esordio, Love Comes Close, contenente nove tracce totalmente dedite a sporcare con ogni mezzo possibile un canonico synth-pop, rivelatrici di un gruppo ancora troppo acerbo e prevedibilmente irruento.

Una pietra grezza che non troverà la giusta dimensione nella successiva cassetta di passaggio New Morale Leadership (Hospital, 2010) ma bensì nella nuova uscita di quest' anno, Cherish The Light Years (Matador, 2011). Come avrete notato, c'è stato un importante cambio di casacca per i Cold Cave, insigniti di una importante responsabilità qual è rappresentare una delle etichette più meritevoli di attenzione ad oggi, ma le novità non finiscono qui. Il frontman Wesley Eisold decide di fare chiarezza sul progetto, eliminando le parti superflue che molto spesso sono andate a discapito per ottenere buoni risultati. Ridimensiona difatti l' assetto a soli tre elementi, tenendo con se il batterista Alex Garcia-Rivera, già con lui nei Give Up The Ghost, e Dominick Fernow dai Prurient, con cui i Cold Cave avevano inciso lo split Stars Explode (Hospital, 2009). Dotato adesso di un più consueto assetto voce - chitarra - synth - batteria, Wesley riscopre il gusto risveglia le brume new-wave da troppo tempo lasciate in sospeso e con Cherish The Light Years fa semplicemente centro.

Perché se è vero che tale genere ormai lo conoscono e lo esercitano un pò tutti, qua si mettono porzioni limitate di carne al fuoco e non si fa confluire tutto in un indie-rock senza marca. Pur essendo alla famosa prima con certe sonorità, ed in particolare per la prima volta senza l' alone protettivo delle registrazioni in lo-fi, nel complesso il disco risulta molto personale e, strano ma vero, riconoscibile. A partire dalla voce perfetta, ruggente ed al tempo stesso vulnerabile come i grani interpreti del passato in questo campo, cavernosa, perfettamente inserita in un contesto altrettanto scintillante ed apocalittico. Un tenebroso spazio all' aperto dove vengono a confluire progressivamente aspetti electro e toni decisamente dark-wave, da cui ne scaturirà, come in occasione di Love Comes Close, un egual numero di brani votati ad un pop oscuro e crepuscolare. Stiamo sensibilmente percorrendo la seconda fase della new-wave, dove i concorrenti in gara per molteplici motivi si orientavano anch' essi verso la più canonica via del pop, tentando in ogni maniera di non perdere la propria (ed eventuale) vena goth.

Nel caso dei Cold Cave staremmo a parlare di un mix tra i Modern English di After The Snow ed i Killing Joke di Brighter Than A Thousand Suns, un punto di non ritorno tra le cosiddette "soluzioni facili" e tentativi di sperimentazione, in cui le composizioni si sciolgono al calduccio di un ritornello accogliente, ma successivamente si rimboccano le maniche e tornano a farsi gelide. A tratti compare qualche linea di basso orrorifica, ma la velocità di composizione di questo post-punk è troppo veloce per far pensare ai Bauhaus: con i Cold Cave è meglio concentrarsi sulla scena inglese, pensando a degli Human League congelati in una serie di brutture ai synth, quali ad esempio dei bassi pesanti ed alcune deformazioni asperrime, fortemente contributrici al successo del disco. I continui scambi tra synth-pop, dance e sperimentale sono gagliardi, di impatto, almeno quanto gli inni impetuosi fieri di svettare dall' alto la pattumiera di noise e lamiere che è Cherish The Light Years, e che in almeno due o tre casi danno vita a composizioni che ricorderemmo tutt' oggi se fossero state scritte negli eighties.

E dire che, paradossalmente, l' inizio prometteva una diversa svolta. L' iniziale The Great Pan Is Dead, difatti, è un lanciatissimo inno hardcore, qui effettato da una potente sezione elettronica: il ritmo serrato e le pose new romantics introducono comunque fin da subito i temi portanti del lavoro, ovvero l' incedere metallico e la propensione ad introdurre folate techno che stranamente coadiuvano nell' insieme, rendendo il mood alienato e spaziale alla maniera dei Japan, anche se ovviamente in altre modalità. A tal proposito l' emblematica Pacing Around The Church introduce subito guerre stellari e preghiere notturne, coronate da un impianto canoro già sopra alla media di act quali Bloc Party ed Editors, ma non ancora ben sviluppato e spoglio. Ci pensa allora Confetti ad allungare le distanze, in sei minuti di pura ascesi sonora dove tra rigurgiti goth e crepuscolarità modiana fuoriesce il lato più melanconico, stupendamente romantico del gruppo, dove la traiettoria percorsa dal suono appare decisamente intenta a rincorrere il secondo fondamentale episodio dei New Order, caso che si rivelerà comunque non isolato.

Catacombs affievolisce il pathos, senza per questo dimenticarsi di continuare a macinare del buon electro-pop, proprio quello dei maestri Suicide, di cui ne riescono a replicare la leggerezza di motivo, prima di lasciare spazio alla meno gentile Underworld USA, sotto le cui mentite spoglie si nasconde un gradevole pezzo di robotica dance europea, collocata in un contesto di drumming e chitarre per la prima volta apertamente rock, e quindi leggermente diverso dal dettato generale. Incoerenze che si possono permettere tranquillamente, in modo ancor più sincero se a seguirle sono brani come Icons Of Summer, ovvero frammenti harsh-noise in un ambiente fino a quel momento carico di molti ricordi. Gli squilli di tromba di Alchemy Around You, invece, si fanno avanti con un lieto esternare proto-punk, a cui però si vanno aggiungere componenti ciniche, come la linea di chitarra tenue, che paiono voler onorare in crescendo l' estremo senso di originalità di cui il gruppo è dotato. Segnali precisi, che venti anni fa non sarebbero andati perduti, diversi nel corpo del messaggio ma non nel destinatario. Il quale non si farebbe affatto sfuggire l' orrenda Burning Sage, discendente direttamente dalla prima famiglia industrial ( quella che si strozzava sempre nel noise) e notevolissima ciliegina sulla torta, per altro abbellita a dovere dalla catastrofica benevolenza di Villains Of The Moon.

Sopra tutti, Cherish The Light Year è il lampo di classe assoluto dei Cold Cave, salto assoluto tecnicamente di un genere ( post-punk revival) praticamente a piedi dall' esordio degli Interpol, oppure dall' omonimo dei Franz Ferdinand, se estendiamo il campo alla new-wave lato funky. Non si incorre mai in episodi realmente insipidi o fuori tema, pure se le tematiche affrontate sono quelle degli anni '80, e davvero non sappiamo come possa essere accaduto. Da puro amante del suono in questione, sicuramente di dischi solidi, forti e pensati non ce ne sono stati negli anni duemila. Rileggere la new-wave così, sinceramente è da folli.

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