cLOUDDEAD | cLOUDDEAD | RockLine.it
Voto: 
9.8 / 10
Autore: 
Alessandro Mattedi
Etichetta: 
Mush Records
Anno: 
2001
Line-Up: 

- Doseone - vocals, samplings
- Why? - vocals, samplings
- Odd Nosdam - samplings, programming, vocals

Guests:
- Mr Dibbs
- Sole
- Illogic
- DJ Signify
- The Wolf Bros.
- The Bay Are Animals

Tracklist: 


1. Apt. A, Pt 1
2. Apt. A, Pt 2
3. And All You Can Do Is Laugh, Pt 1
4. And All You Can Do Is Laugh, Pt 2
5. I Promise Never to Get Paint on My Glasses, Pt. 1
6. I Promise Never to Get Paint on My Glasses, Pt. 2
7. Jimmybreeze, Pt. 1
8. Jimmybreeze, Pt. 2
9. (Cloud Dead #5), Pt. 1
10. (Cloud Dead #5), Pt. 2
11. Bike, Pt. 1
12. Bike, Pt. 2

cLOUDDEAD

cLOUDDEAD

Gli americani Clouddead (o meglio: cLOUDDEAD, come si firmano sempre) sono uno dei progetti più personali, rivoluzionari ed innovativi degli anni 2000, se non uno dei più significativi gruppi di sempre.

Sotto questo monicker  si celano Adam "Doseone" Drucker, Toni "Why?" Yoni e il produttore David "Odd Nosdam" Madson. Il trio, nativo di Oakland, con queste premesse rilascia una serie di singoli che vengono poi riuniti in un album omonimo nel 2001.
La musica, cupa, surreale ed elusiva, è quanto meno singolare, partendo dal settore dell'hip hop alternativo inaugurato con Paul's Boutique dei Beastie Boys a cui fecero seguito artisti come A Tribe Called Quest o Jurassic 5 fino ad arrivare verso la fine del millennio con nomi come i Deep Puddle Dynamics (in cui c'era Doseone che già sperimentava alcune idee poi confluite con i cLOUDDEAD) o Scott Herren con i suoi numerosi monicker; da questo trampolino gli americani stravolgono il concetto stesso di hip hop, distaccandosene idealmente per trovare un punto d'incrocio con la musica ambientale, l'attitudine indie e le tendenze d'avanguardia della musica bianca, al punto che nel corso degli anni il loro stile avrebbe spinto la critica a coniare nuovi termini ciascuno ugualmente vago eppure grossomodo incastrabile con le coordinate, pur sfumate e destrutturalizzate, del disco.

C'è chi lo ha chiamato hip hop astratto, chi post-hop o avant-hop, si è tentato in vari modi di definire il sound dei cLOUDDEAD ma l'esperienza portata avanti dal gruppo finisce per trascendere sempre i limiti precedentemente imposti.
Essa inoltre avrebbe avuto diversi epigoni sulla scia dell'immensa vena creativa da loro generata, fondando di fatto una nuova scena rappresentante il vertice innovativo della musica del decennio.

Apt. A inizia con una breve sequenza ambientale di vocalizzi riverberati e leggere tastiere cosmiche che dipingono uno scenario celestiale malinconico e solitario. Dopo questa sorta di introduzione inizia un intreccio ossessivo di synth ululanti, beats meccanici e rap, a cui fa seguito una parte più raggelante con atmosfere aliene a la Radiohead, minimalismo che si avvicina al trip hop degli Skylab, bassi dub appena accennati, percussioni ovattate e rap intenso che decanta filastrocche stranianti. La seconda parte si fa più spettrale, soprattutto nell'improvviso intermezzo di puro ambient macabro e nebbioso. La lunga coda finale gioca invece sul contrasto allucinogeno fra i cupi e opprimenti droni elettronici in primo piano e i campionamenti di sottofondo, che spaziano fra rumori di motori elettrici ed effetti giocosi.
All You Can Do Is Laugh è anche più dolente, con riempimenti atmosferici notturni a fare da cornice al battito secco, inesorabile, macabro, al rap decadente e alle dilatazioni sonore che catapultano nelle strade più desolate di una metropoli occidentale. Piccoli inserti morbidi contrastano con le atmosfere tese di sfondo, mentre la sezione centrale della prima parte (in cui il trio quasi si "nasconde" dalla luce esterna per lasciar calare le nuvole della copertina sull'ascolto) è fortemente minimalista. La seconda parte prosegue su questa linea tingendola con samples più retrò, distorsioni vocali e campionamenti d'archi che raggelano il sangue. Curiosa però la sequenza finale, più uptempo.
I Promise Never to Get Paint on My Glasses inizia è soffusa e delicata, la voce bisbiglia in sottofondo mentre le distensioni minimaliste catalizzano un senso di angoscia e solitudine di sottofondo, seguite da delay notturni soprattutto nella seconda parte che è interamente ambient.
La successiva Jimmybreeze si diverte ad alternare con dissonanze e contrasti suoni infantili, cupissimi pad elettronici di sottofondo, rap che viene e va così come le percussioni imprevedibili e multisfaccettate. Ne consegue un'aura quasi nevrotica che viene attenuata se non proprio capovolta con i tappeti onirici e i giri di note sognanti della seconda parte del brano (che comunque dopo una parentesi sporcata di drumming post rock sfocia poi in un electro-ambient più teso).
Viene ora (Cloud Dead #5), che contiene alcuni dei picchi eterei ed atmosferici del disco, sempre però in qualche modo distorti, annebbiati, defocalizzati, di modo da mantenere un retrogusto d'inquietudine che emerge anche nei tappeti più densi e avvolgenti.
Infine a conclusione dell'album troviamo Bike, consueto fiume di emozioni differenti, come con i synth tenebrosi iniziali, i campionamenti jazz, i riempimenti quasi gospel e le infiltrazioni esotiche conclusive della prima parte; nella seconda troviamo invece ricche divagazioni vocali, con il trio che si sbizzarrisce nel mescolare giochi canori di botta e risposta, fraseggi melodici, sberleffi irriverenti, nenie melanconiche e nasali. Il background sonoro è ridotto all'osso, si fanno più evidenti giusto l'intermezzo spettrale ed il finale più acustico.

I cLOUDDEAD sono gli alfieri di una nuova concezione sperimentale dell'hip hop, fumosa e inquieta, che mette totalmente in discussione i precedenti canoni del genere partendo da esso per andare oltre in una dimensione nuova ed indefinita; che ne usa il linguaggio per "raccontare" una musica nuova e diversa, fortemente connessa alla musica ambientale e all'elettronica cupa, ma anche a cupe visioni dell'epoca post-industriale e soprattutto ad un'attitudine minimale e avanguardistica che definire inedita è poco; che esce dai limiti e dal pubblico dell'hip hop per aprirne le porte ai settori più sperimentali e di confine; e che segna probabilmente un punto di arrivo, ma anche un nuovo inizio, per l'hip hop stesso, che dopo quest'album non sarà mai più lo stesso e dovrà per forza di cose ricapitolare la situazione e fare i conti con la musica bianca, d'avanguardia e astratta del trio di Oakland.
Inoltre, successivamente a loro si dipanerà una nuova scena inedita di artisti hip hop più o meno alternativi o fuori dagli schemi, sempre per la maggior parte riuniti nell'Anticon, come gli Hymie's Basement o i 13 & God - e nei vari progetti paralleli del gruppo si abbatteranno anche le frontiere con l'indie rock e l'indie pop.

Sempre nel 2001 esordiscono anche i Cannibal Ox, "compagni" dei tre di Oakland nell'abbattere le frontiere dell'hip hop, simbolicamente però facenti capo ad un'estremizzazione del genere stesso piuttosto che a una sua decostruzione e rifondazione.
Nel 2004 invece esce il full-lenght vero e proprio del gruppo, intitolato Ten; ugualmente personale ed originale, certamente meno rivoluzionario e di rottura con il passato del predecessore, Ten è però anche più variopinto e (relativamente) assimilabile, con una maggiore linearità e ricchezza di intessiture cantautoriali, "pop", trip hop ed elettroniche nella trama sonora.

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