Vic Chesnutt | At the Cut | RockLine.it
Voto: 
7.0 / 10
Autore: 
Paolo Bellipanni
Genere: 
Etichetta: 
Constellation
Anno: 
2009
Line-Up: 

- Vic Chesnutt - Chitarra, Voce, Musiche
- A Silver Mt. Zion - Violino, Viola, Pianoforte
- Guy Picciotto - Chitarra
- Bruce Cawdron - Batteria

Tracklist: 

1. Coward
2. When The Bottom Fell Out
3. Chinaberry Tree 
4. Chain
5. We Hovered With Short Wings
6. Philip Gouston
7. Concord Country Jubilee
8. Flirted With You All My Life
9. It Is What It Is
10. Granny

Vic Chesnutt

At the Cut

Formazione che vince non si cambia. Vic Chesnutt non ha dovuto nemmeno pensarci troppo sopra e ha ben deciso, per la composizione del nuovo lavoro At The Cut, di riportare in studio l'allegra combriccola che lo aveva egregiamente supportato nel precedente North Star Deserter: la chitarra di Guy Picciotto dei Fugazi, la mini-orchestra dei canadesi A Silver Mt. Zion e il godspeediano Bruce Cawdron alla batteria sono ancora qui, ad affiancare il timido compositore di Athens in una nuova, emozionante epopea cantautorale. Ancora una volta sotto l'ala protettrice della Constellation, Chesnutt porta avanti il proprio progetto solista senza distaccarsi troppo dai fili conduttori del precedente full-lenght, ma rendendo ancora più tangibile il divario - esistenziale, umano e artistico - da quelli che furono i primi dischi di un cantautore alcolizzato (Drunk del 1993 ne è il testamento), depresso e tristemente solo, nel vero senso della parola.

At The Cut, alla stessa maniera di North Star Deserter, esprime l'intrinseco bisogno di Chesnutt di scavare nella propria vita e di analizzarne ricordi ed esperienze, belle o brutte che siano: alternando soffici aperture solari (la più banalotta Concord Country Jubilee e la soporifera It Is What It Is) ad inquietanti discese nelle memorie in bianco e nero del singer statunitense (Chinaberry Tree), At The Cut è un disco che continua a scavare senza sosta nell'essenza stessa di Chesnutt, tirandone fuori una testimonianza estremamente fragile, intima e sincera. In egual maniera a rimanere intatto è il registro compositivo del disco, equilibrato punto d'unione tra le parentesi cantautorali acustiche di Chesnutt, le scorribande elettriche di Guy Picciotto e l'accompagnamento da camera degli A Silver Mt. Zion: è a questo punto emblematica l'ottava Flirted With You All My Life, simbolo della raffinatezza compositiva, del peculiare tocco strumentale e dell'idealismo musicale della galassia-Chesnutt, con i suoi arrangiamenti morbidi e le sue nostalgiche melodie d'altri tempi.

Rendendo ancora più essenziale e intimo il proprio linguaggio, Chesnutt ha portato a termine il disco probabilmente più "vero" e sentito di una carriera comunque molto più che semplicemente autobiografica. Ma al di là di questo perentorio bisogno di esprimersi e di ridare colore a memorie dissolte e insanabili fratture interiori, At The Cut perde leggermente il fascino e il mistero delle precedenti pubblicazioni (anche North Star Deserter, nella sua semplicità, ne aveva ben di più) rinchiudendosi in un timido soliloquio, ora più aulico e lucido, ora quasi balbuziente: quando Chesnutt si pone infatti davanti allo specchio della propria vita, a venire fuori sono ballate cantautorali scarne e minimali (When The Bottom Fell Out e la conclusiva Granny) in cui la poetica dell'artista americano viene filtrata lentamente, nota dopo nota, sotto i colpi di una triste confessione esistenziale. Ma è altresì vero che At The Cut di Chesnutt nasconde anche il cuore più duro e sperimentatore, come dimostra l'opener Coward, capolavoro in cui la voce - come sempre intensa e sofferta - di Chesnutt si appoggia poeticamente su un malinconico velo di archi e chitarra, esprimendo nella maniera più intensa il mondo interiore del compositore statunitense; anche nei fraseggi più duri ed elettrici (la splendida seconda metà del brano), l'ensemble strumentale del progetto compie struggenti evoluzioni armonico-melodiche, mai ingombranti e sempre in grado di mostrarne con efficacia il potenziale emotivo sottostante, senza ricorrere a barocchismi e inutili arabeschi.
Stesso discorso per la più rabbiosa Philip Gouston, unico pezzo propriamente "Rock" del disco in cui le chitarre di Chesnutt e Picciotto si intersecano in forti e spesso stridenti contrasti timbrici, non privi di una certa violenza espressiva che quasi va a rompere la quieta stasi atmosferica dell'album (che prosegue nei timidi fremiti strumentali della silenziosa We Hovered With Short Wings e nel fascino crepuscolare di Chain).

A 45 anni Chesnutt - nonostante risenta terribilmente dell'eco di una vita trasandata e nichilista - sembra ancora un ragazzino che non vuole smettere di giocare, un adolescente che vuole andare avanti a tutti i costi: non brillerà come il predecessore, non sarà un lavoro così vario e ricercato, ma nel continuo fluire dell'interminabile confessione del compositore americano, At The Cut è un'altra testimonianza - sempre più sincera e sentita - di un universo musicale, artistico e umano assolutamente unico, come ai giorni nostri non se ne trovano davvero più.

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