Callisto | Secret Youth | RockLine.it
Voto: 
7.6 / 10
Autore: 
Stefano Pentassuglia
Etichetta: 
Svart records
Anno: 
2015
Line-Up: 

Jani Ala-Hukkala - voce
Ariel Björklund - batteria
Tero Holopainen - chitarra
Arto Karvonen - tastiere
Markus Myllykangas - voce, chitarra
Juho Niemelä - basso
Jani Rättyä - percussioni (live)

Tracklist: 

1. Pale Pretender
2. Backbone
3. Acts
4. The Dead Layer
5. Lost Prayer
6. Breasts of Mothers
7. Grey Light
8. Ghostwritten
9. Old souls
10. Dam’s Lair Road

Callisto

Secret Youth

Providence” si è rifatto il look. E si è involuto (o evoluto?).
Uscito nel lontano 2009, quel lavoro rappresentò un vero e proprio spartiacque per la band di Turku, Finlandia, che aveva esordito nel 2004 con la viscerale emotività dell’ottimo debutto “True Nature Unfolds”, per poi proseguire con le tinte post-rock e vagamente gotiche dello splendido “Noir” nel 2006. Il motivo di tale separazione fu dettato dal radicale cambiamento di rotta della band, che sembrava aver abbandonato per strada i retaggi post metal del passato per dedicarsi un approccio musicale totalmente nuovo, che prediligeva un tappeto psichedelico di melodie oscure e ipnotiche, su cui far svettare la suadente voce del nuovo singer Jani Ala-Hukkala.
Dopodiché, il vuoto cosmico. La band è rimasta impantanata nel silenzio più assoluto per ben 6 anni, fino a stupire tutti con la notizia che in fondo speravamo, ovvero che un nuovo disco fosse in preparazione per il 2015. E quindi eccolo qui, nuovo di zecca.

Come anticipato in precedenza, questo nuovo “Secret Youth” potrebbe essere visto da alcuni come una sorta di “involuzione” del precedente “Providence”, mentre altri al contrario potranno piuttosto intenderlo come una “evoluzione” nelle sonorità del combo finlandese. Questione di punti di vista: se da un lato è innegabile che il nuovo gioiello di casa Callisto risulti meno sperimentale e azzardato del disco precedente, in quanto recupera parzialmente alcune sonorità degli esordi da cui sembrava che il gruppo si fosse ormai allontanato, è anche vero che, semplificando le strutture e utilizzando schemi compositivi più freschi e coinvolgenti, i nostri siano riusciti a sfornare un lavoro ispirato che fa un deciso passo in avanti rispetto al cammino un po’ troppo incerto di “Providence”.
Già con Pale Pretender il ritorno a certe sonorità post metal appare evidente, grazie a un riff iniziale coinvolgente al punto giusto che prepara verso un cammino in territori più melodici e atmosferici. Il singolo Backbone appare poi come uno dei brani decisamente più ispirati del lotto, grazie al suo clima oscuro che cresce pian piano, per poi immergersi in uno dei giri armonici migliori che la band abbia mai composto, su cui svetta la voce di Jani a rimarcarne ancora di più la melodia.

Vale la pena soffermarsi un attimo sulla voce di Ala-Hukkala e spenderci su due parole. La sua comparsa su “Providence” fu forse l’aspetto più rivoluzionario nel suono dei finlandesi: se da un lato la sua voce è carismatica e talentuosa, il suo timbro nasale e arcigno c’entra con il post metal quanto i cavoletti di Bruxelles in una colazione all’italiana, motivo per cui non si può fare a meno di riflettere se l’assunzione di questo nuovo cantante sia stato un bene o un male per i Callisto. L’opinione di chi scrive è: dipende dal brano. Quando le soluzioni adottate sono quelle tipiche del post rock più atmosferico o del post metal più aggressivo, è innegabile che la costante presenza delle linee vocali di Jani possano risultare addirittura fastidiose, in quanto spezzano la tensione emotiva che gli strumenti riuscivano a creare così bene. Tuttavia, non si può fare a meno di render merito a un timbro vocale che arricchisce di sensazioni i brani più sperimentali, melodici e influenzati da generi più lontani come il dark, lo stoner o il rock psichedelico.
Quindi la questione rimane aperta: Ala-Hukkala è un singer talentuoso e la sua voce è piacevole, peccato che purtroppo non si adatti a molte delle soluzioni usate dai Callisto e che la sua presenza risulti troppo costante e incisiva. Sarebbe stato meglio affidare più parti urlate al chitarrista Markus Myllykangas, il cui growl, per quanto di maniera, risulta perfettamente godibile su ogni riff post metal che si rispetti.

A volte la scelta delle voci risulta perfettamente azzeccata anche all’interno dello stesso brano. Ghostwritten ha dei ritmi ricchi di groove, che grazie alla voce di Ala-Hukkala ricordano addirittura una band lontana chilometri come i Sahg, mentre la sua notevole conclusione rende al massimo proprio grazie alla voce di Myllykangas, le cui urla si ergono su un sublime tappeto sinfonico di tastiere e chitarre viscerali. Un brano come Grey Light, invece, ammalia con il suo basso pulsante che si arricchisce di sensazioni chiaroscurali e di un’anima melodica darkeggiante e dall’attitudine fortemente rock.
Uno dei picchi compositivi del disco è poi rappresentato da Breasts of Mothers, brano dall’attitudine squisitamente Cult of Luna, dall’inizio magari non originale ma senz'altro emozionale e coinvolgente come pochi. Acts mette invece la forma canzone al primo posto, grazie a una melodia riuscita e convincente, mentre Lost Prayer sembra un brano dallo spirito quasi indie rock, per non dire pop, dove linee di chitarra dolci e tentacolari si immergono in un mare di bassi post metal, connubio che seduce e spinge così a sognare a occhi aperti.
Ma in tutto questo i Callisto non si fanno mancare nemmeno due begli interludi strumentali, prima con la soffusa e sospirata The Dead Layer e poi con la malinconica Old Souls, fatta di arpeggi appena accennati che cullano spezzati dalle rabbiose urla di Myllykangas, in una spirale tenebrosa e molto suggestiva. E a chiudere il tutto c’è infine la bella e ispirata Dam’s Lair Road, le cui melodie imbastardite riassumono alla perfezione quanto detto in precedenza e pongono la parola fine con intriganti arpeggi che si accavallano in un oceano di distorsioni.

In definitiva, a soluzioni ispirate e viscerali si collegano scelte non proprio azzeccate che rischiano di spezzare la tensione emotiva, cosa che rende “Secret Youth” un disco delizioso ma comunque non privo di difetti, che bene o male potrà piacere sia a chi ha già apprezzato il precedente “Providence”, sia a chi segue il gruppo fin dai suoi esordi. La speranza è che, sia con questo piccolo riavvicinamento alle origini che con queste nuove strutture più fresche e coinvolgenti, il nuovo nato in casa Callisto possa far riavvicinare alla band coloro che non avevano digerito la novità di “Providence”, storcendo il naso alle soluzioni psichedeliche che sembravano non appartenere più di tanto all’identità post metal della band.

Ultima nota di merito va poi alla bella (doppia) copertina, in un elegante bianco e nero che riporta alla mente le terre innevate in cui è nata la band, sfondo ideale per la loro musica avvolgente come una coperta calda d'inverno.
Un gradito ritorno.

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