Voto: 
7.2 / 10
Autore: 
Paolo Bellipanni
Etichetta: 
Denovali Records
Anno: 
2011
Line-Up: 

- Duncan Attwood
- Ben Paget
- Johnny Horswell
- Ben Green
- Rich Sadler
- Oli Duerden

Tracklist: 

1. Pneumothorax
2. Sawbones
3. Venger
4. Sleeping Through A Storm
5. Una Salus Victus
6. Ellipsis
7. Barriers Down
8. The Last Refuge
9. Lopussa

Blueneck

Repetitions

Riesumati da un silenzio durato appena due anni, i Blueneck danno alle stampe il terzo disco della propria (ormai decennale) carriera e confermano nella miglior maniera tutte le voci positivamente spese sul loro conto negli ultimi anni. Perchè, sebbene sia passato fin troppo inosservato agli occhi di gran parte della critica e del pubblico europeo (e non), il progetto britannico è una delle più belle e aspettate conferme del post-rock contemporaneo. Ma, e questo non è un caso, anche con i Blueneck parlare di post-rock diventa ormai riduttivo e deleterio, e questo per una serie di ragioni ben precise.
Nonostante le forme e i contrasti calma/climax strumentale riportino ancora alla mente le più classiche strutture mogwaiane e alla Godspeed You! Black Emperor, i Blueneck fanno veramente di tutto per discostarsi dagli andamenti formali e compositivi del più recente post-rock europeo.

Repetitions è un disco pervaso da un silenzio armonioso e al contempo dal suo riflesso più denso e dinamico. Tra pace interiore e tormento, leggerezza e risvegli strumentali, Repetitions va infatti dove il post-rock contemporaneo non ha più avuto abbastanza coraggio da tornarvi pienamente. Tutto d'un fiato, i Blueneck si gettano a capofitto nello slo core novantiano ma lo arricchischino di sfumature splendidamente moderne, di eco e rarefazioni ambientali, di atmosfere maledettamente dense e avvolgenti. Uno slocore talmente approfondito e sviscerato da evocarne magicamente la matrice più ambientale e astratta.

Il nuovo lavoro dei Blueneck - vale la pena dirlo subito - è un disco diretto verso un unico punto focale: il dramma interiore.  Un drammatismo in primo luogo aiutato dalla costante presenza degli archi, ormai diventati veri e propri leit motiv di qualunque percorso emotivo/decadente di stampo post-rock. Ma, sebbene violini e violoncelli siano divenuti un clichè più che abusato, la profondità espressiva e il magnetismo dei Blueneck non cedono di un passo, continuando - al contrario - a brillare di luce propria all'interno di un folgorante inabissamento verso i lidi più bui della tragedia umana.
Sebbene il disco non manchi di episodi sottotono (Venger, Una Salus Victus e la conclusiva Lopussa), gran parte delle sue invenzioni e delle sue atmosfere si assestano su livelli qualitativamente ed emotivamente notevoli. Da Pneumothorax (inquietante movimento di voce e pianoforte sfociante nella solita cavalcata strumentale finale) a Ellipsis (indiscusso apice emotivo dell'album), i Blueneck evocano un rituale post-rock/ambientale di pregevole fattura, pervaso di un gusto melodico come non mai decadente ed elegiaco (lo splendido abbandono emotivo di Sawbones e Sleeping Through A Storm, i toni pianistici di Barriers Down, l'ipnosi di The Last Refugee). In questo continuo oscillare tra la quiete ambientale e la tensione strumentale (aspetto che rappresenta l'unico, vero limite di Repetitions), i Blueneck riescono comunque a trovare la quadratura del proprio cerchio, superando tale penuria strutturale attraverso una serie di melodie e atmosfere estremamente intense. 

Repetitions è senza ombra di dubbio il lavoro più intimo, fragile e disincantato del progetto britannico. E', in poche parole, la conclusione di quel percorso drammatico iniziato nel 2006 con Scars of the Midwest e proseguito nel 2009 con The Fallen Host, percorso che necessitava di un'espressione ancora più introspettiva, di una manifestazione pura e cruda del proprio ideale musicale più nascosto e vibrante. 

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