Voto: 
8.0 / 10
Autore: 
A. Giulio Magliulo
Etichetta: 
Meccano Records
Anno: 
1985
Line-Up: 
  • Lorenzo Canevacci - chitarra

  • Roberto Perciballi - voce

  • Alex Vargiu - basso

  • Fabiano Bianco "Master" - batteria

Tracklist: 
  • 1. Nervous breakdown

  • 2. Birra

  • 3. Don't think of tomorrow

  • 4. Bloody riot

  • 5. Partisans

  • 6. Polizia

  • 7. Gioventù bruciata

  • 8. Bitch

  • 9. No eroina

  • 10. Teppa life

  • 11. Hear the noise

  • 12. Contro lo Stato / C.I.s.

  • 13. Naja de merda

Bloody Riot

Bloody Riot

Bloody Riot si formano nel 1981, l’anno di Land Speed Record degli Hüsker Dü.
Nel 1983, anno del primo omonimo e.p., i Suicidal Tendencies lavorano – tra gli altri – alle basi del crossover hardcore metal.
Nel 1985, anno dell’album che stiamo trattando, ulteriore scarto in avanti della scena hardcore punk in direzioni emo e straight edge grazie a Youth Of Today e Rites Of Spring.
In Italia soltanto qualche anno dopo si romperà una barriera che porterà alla formazione di una vera scena punk hardcore stimata anche all’estero, quella dei soliti nomi quali Kina, Negazione, Raw Power.

Una vera coscienza collettiva hardcore punk in quel 1985 non esiste, meno che mai a Roma. Però, come in tutte le periferie marginali di ogni impero ci sono dei prime movers che restano ineguagliabili. E i Bloody Riot in tal senso hanno significato tanto e di più rispetto ad altri nomi ben più famosi.

Sarà sempre per il discorso delle periferie e degli imperi, non solo geografici ma soprattutto culturali, con i poveri mezzi di diffusione di cui si disponeva allora, perlopiù fanzine e cassette ed occasioni di concerti di un certo tipo solo attraverso i centri sociali che i Bloody Riot arrivarono alle nostre orecchie solo qualche anno più tardi, quando già la scena si era evoluta, e non essendo pervenuti prima dei precedenti degni, con loro è come se avessimo ascoltato punk in italiano per la prima volta.

Dopo trent’anni quell’energia rozza e bestiale, quella violenza e al contempo quell’ingenuità sono rimaste intatte.
Non entriamo nel merito dei testi poiché – come già detto – quelli che oggi possono apparire ingenui o pittoreschi per usare un eufemismo – in realtà allora erano l’unica forma possibile per vomitare in musica sul deserto di valori circostante.
E al netto di certe coloriture, il messaggio di fondo di un certo disagio è transgenerazionale: cambiano le armi, non c’è più la naja ma le entità stato e autorità restano, così come la tirannìa delle droghe che magari non si chiamano più eroina.

I Bloody Riot una posizione l’hanno presa, per certi versi perfino romantica (Gioventù Bruciata, No Eroina), magnificamente apolitica (‘no comunisti no fascisti’) e quindi sinceramente anarchica.
Da qualche giorno Roberto Perciballi voce dei Bloody Riot non c’è più ed è come se un altro pezzo di quella Roma dalle coalizioni politiche scioglilingua che riusciva a cantare solo Rino Gaetano, di quella Roma lontana anche dalle derive post-pasoliniane, sfuma all’orizzonte.
Chi vuole ricordare con rabbia però ne ha ancora di tracce da seguire.

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