Voto: 
7.5 / 10
Autore: 
Paolo Bellipanni
Genere: 
Etichetta: 
Polyvinyl Records
Anno: 
2010
Line-Up: 

- Cale Parks - percussioni, pianoforte, vibrafono
- Matthew Gangler - basso
- Tony Cavallario - voce, chitarra
- T.J. Lipple - batteria, percussioni, marimba, mellotron

Tracklist: 

1. Building a Fire
2. Moonless March
3. Microviolence
4. Searchlight
5. Everything Goes My Way
6. White Wind
7. Cold Storage
8. Blackout
9. Waterwheel
10. I'm in Trouble
11. Ruins

Aloha

Home Acres

Da quando gli Aloha esordirono nel 2000 con That's Your Fire molte cose sono cambiate, le influenze si sono smussate, lo stile evolutosi e così anche le atmosfere, eppure la passione e il fascino sono rimasti sempre gli stessi, completamente immutati. Così, dieci anni dopo uno splendido album d'esordio (che ogni appassionato indie/post-rock dovrebbe necessariamente inserire nel proprio curriculum d'ascoltatore) la band americana torna sulle scene e ancora una volta stupisce, ammalia, diverte, emoziona. Lo fa peraltro superando di gran lunga le più spente intuizioni del precedente Light Works (2007) e rinnovando in maniera decisiva il sound di un gruppo, ora come non mai, dalle infinite potenzialità: Home Acres viene prodotto e distribuito il 9 Marzo 2010 dalla Polyvinyl Records e dopo tre anni di silenzio richiama in superficie le splendide atmosfere di un progetto semplicemente unico ed inimitabile in tutto il panorama indipendente contemporaneo.

Questo perchè mentre lo sterminato plotone di indiekids del 2000 - vero e proprio fenomeno generazionale ormai sempre più commerciale e da vetrina - continua senza soluzione di continuità a seguire le stesse tendenze e le solite, patinate mode del nuovo millennio, gli Aloha si allontanano, si crogiolano nelle proprie estasianti visioni musicali e tirano fuori un altro disco profondissimo e sincero. Aspetti che ovviamente vanno considerati assieme alla grande originalità del progetto statunitense, costantemente in bilico tra pop moderno e suggestioni post-rock, tra attimi quasi cantautorali e pacate sperimentazioni strumentali. Alla stessa maniera dei precedenti album, anche Home Acres si evolve e muta in uno spazio sonoro instabile, febbrile, in grado di cambiare forma e di smussare i propri contenuti ad ogni occasione: le atmosfere si trasformano in un batter di ciglia, i suoni si innalzano e si distendono con grande efficacia, i ritmi si rafforzano e si placano con indiscutibile maestria, il tutto costantemente permeato da un afflato melodico intenso e mai banale.

Quello degli Aloha è di conseguenza un indie rock estremamente d'autore, vario, poliedrico e non vincolato a nessuno stile premeditato in particolare, bensì libero di spaziare tra diverse sonorità grazie alla sua affascinante leggerezza espressiva e comunicativa. A rendere Home Acres un lavoro decisamente più emozionante rispetto al precedente Light Works vi è innanzitutto uno spirito febbrile, una carica strumentale che col tempo era andata svanendo e che quasi riporta indietro la mente alle fascinose costruzioni sospese tra jazz e post-rock del primo gioiello That's Your Fire, qui in qualche modo rielaborato e rivisto in maniera meno 'colta'. Rendersi conto della raffinatezza e dell'eleganza di Home Acres è tutt'altro che un'impresa e i gioielli del disco lo testimoniano con sconcertante immediatezza: dall'ipnotico onirismo dell'opener Building a Fire fino alle trascinanti dinamiche della conclusiva Ruins, gli Aloha tessono una rete inscalfibile di fraseggi e atmosfere brillantissime, costruite con un acume e un gusto compositivo sensazionale. Sia che si tratti di momenti più febbrili e irrequieti (la travolgente e al contempo ricercata energia del gioiello Moonless March, fantastico connubio di indie, ritmiche math e sapori prog) sia che si tratti di più ariose aperture pop (le eleganti linee strumentali e le atmosfere solari di Microviolence, Blackout e Searchlight), Home Acres non perde un colpo, emoziona e si esprime all'interno di un freschissimo vortice melodico in cui suggestioni retrò e modernità strumentale si fondono splendidamente. Dall'elegante intersecarsi di questi singoli elementi gli Aloha traggono uno stile estremanente versatile, un linguaggio pop-rock originale e affascinante da cui scaturisce un vero e proprio caleidoscopio di emozioni, di splendide fusioni timbriche (grazie all'uso di vibrafoni, mellotron e organo), di colori in continuo mutamento. Così basta un colpo di batteria, una plettrata stoppata, una voce sommessa per saltare tutto d'un fiato dal vellutato retrogusto pop di I'm in Trouble ai sapori quasi byrdsiani di Waterwheel, dall'avvolgente leggerezza di White Wind alle più robuste sonorità di Cold Storage, sempre all'insegna di una ricerca compositiva fine ma profonda, quasi impercettibile eppure sempre presente.

Ed è proprio nella sua leggerezza interpretativa e nella sua semplicità d'assimilazione - aspetti che, come già detto, vanno di pari passo ad uno stile peculiare e tutt'altro che spicciolo - che Home Acres funziona e si presenta come un prodotto perfetto per il panorama indie più di nicchia. Gli Aloha non si smentiscono e fanno così proseguire una carriera finora (quasi) impeccabile nella maniera migliore e più naturale, giungendo probabilmente al loro capolavoro e confermandosi tra gli act indipendenti più interessanti e peculiari del nuovo millennio. Eccitante.


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