Seconda giornata ed il tempo, questa volta, grazia le persone accorse ai cancelli dell'Idroscalo di Milano, con una giornata dal caldo quasi torrido, l'esatto opposto della precedente. Il sole sarà presente durante tutta la giornata, anche se non riuscirà a sistemare il terreno dell'Idroscalo, rimasto in molti punti, un guado unico ed un pantano per le piogge dei giorni precedenti. Anche oggi, purtroppo, si ripete il disguido del giorno prima, con i cancelli da poco aperti quando, sempre con un certo anticipo sul previsto, il primo gruppo della giornata, i Sinestesia, iniziano i 30 minuti circa a loro disposizione, con una certa penalizzazione per pubblico e band.
I Sinestesia: proprio a loro, appunto, tocca aprire questa seconda giornata del Gods Of Metal 2007, con il discapito della poca gente presente, causa l'apertura ritardata dei cancelli. 30 minuti sono pochi per giudicare una band pressoché sconosciuta, ma dai pochi brani suonati, la formazione emiliana, dedita ad un prog-metal di chiara matrice Dream Theater del periodo di Awake, con riferimenti anche a band un po' meno conosciute quali Divided Moltitude qualcosa degli Zero Hour più recenti. Formazione tecnicamente impeccabile, preparata e che dimostra di avere anche un buon gusto nella composizione dei brani, che non si limitano ad una sterile citazione delle principali influenze. Per adesso, con soli 4 brani, è davvero difficile dare un giudizio esaustivo, ma l'impressione è stata buona, contando che si trattava di un debutto difficile.
I DGM sono tra le più prolifiche, talentuose e coinvolgenti band del panorama nazionali. Attivi fin dal 1994 e con un curriculum di ben 7 lavori ufficiali, l'ultimo proprio di quest'anno Different Shapes, il quintetto capitanato da Titta Tani, torna al Gods Of Metal dopo l'esperienza del 2003 e si dimostrano una band che, se in studio hanno una marcia in più, sul palco le marce diventano due. Il loro prog-metal, incrociato con grande personalità con heavy classico e hard-rock sinfonico, si è ulteriormente appesantito, avvicinandosi alle sonorità dei Symphony X; questo, grazie alla militanza del chitarrista Simone Mularoni negli Empyrios, band molto vicina a Russel Allen e compagni oltre che ai Nevermore. Mezzora a loro disposizione, ma basta per incendiare il pubblico grazie a potenza, tecnica e grande personalità nelle composizioni, il tutto sottolineato dal carisma e dalla grandiosa voce di Titta Tani, un singer dalle grandi doti espressive oltre che tecniche. Hidden Place e Misplaced sono altri due album dai quali vengono prese le song del loro breve set, il quale, tuttavia, è sufficiente a scaldare il pubblico che risponde con grande energia. Una band incredibile, che non ha ancora avuto tutto il riconoscimento meritato.
Suonare per terzi, in un giorno d'Estate, nel primo pomeriggio, attorniati da band di prog, classic ed extreme metal, per una band quali sono oggi gli Anathema dei fratelli Cavanagh, non è sicuramente facile. La loro proposta musicale, passata dai albori di precursori del gothic/doom metal vero e proprio (non quello che oggi viene usato riferendosi a Within Temptation e Tristania) a novelli esploratori delle eteree atmosfere di matrice Pink Floyd, può risultare penalizzata dalla luce solare, ma il quintetto albionico, forte di una classe compositiva di sicuro valore, non ha sicuramente sfigurato. A volte impalpabili, a volte pronti a graffiare con accordi di chitarra che rompono gli incanti meditativi tessuti dalle tastiere di Les Smith e dello stesso cantante/chitarrista Vincent Cavanagh, gli Anathema hanno sfoderato, come prevedibile, la loro attuale natura musicale, quella che va da Eternity fino all'ultimo A Natural Disaster. La loro bravura è riuscita a trasmettere l'intensità delle loro composizioni anche a coloro che non amano assolutamente questa seconda vita musicale, difficilmente catalogabile, se non citando il titolo di uno dei loro più quotati lavori, Alternative 4, anche se la stessa parola progressive, non sfigurerebbe affatto per definire la loro musica. Special guest per la giornata la presenza di una singer di supporto in alcuni pezzi, sorella del batterista John Duglas, episodio interessante e che potrebbe aprire nuovi orizzonti per il futuro di una band assolutamente dedita alla progressione costante. Una prova difficile superata brillantemente.
Tornano i Symphony X sul palco del Gods Of Metal, dopo due precedenti e sfortunate edizioni che li avevano visti protagonisti di infelici problemi tecnici, e stavolta, il quintetto del New Jersey, alfiere di un particolarissimo prog-metal incrociato con musical, musica classica e durezze thrash, tanto da farne una delle formazioni più originali degli ultimi anni, fa centro. Partendo alla grande, il five-piece americano mette sul piatto, oltre a veri a propri anthem come Sea Of Lies, The Accolade ed Inferno (Unsleash The Fire), dopo aver steso tutti (Allen compreso, protagonista di un capitombolo su di una spia e di simpatiche gag da esorcismo verso l'apparecchiatura, dopo essersi rialzato) con l'opener di V, Evolution (The Grand Design), offre alcuni assaggi del nuovo album Paradise Lost. In grande forma il virtuosistico Romeo ed il carismatico Allen, con la sua duttile voce, pronta a graffiare ed accarezzare, oltre che a coinvolgere l'audience, quanto mai reattivo, grazie anche alla bella giornata che riscatta quella di venerdì. Suoni perfetti come perfetti sono i 5 americani, dal tastierista Pinnella, all'instancabile e funambolico Jason ullo, fino al bassista Lepond, ripresosi dopo le traversie e problemi di salute che lo videro protagonista l'anno scorso, a causa di un serio problema intestinale, che richiese anche un delicato intervento. Proponendo altre track telluriche e, contemporaneamente melodiche, come Out Of The Ashes, i Symphony X suggellano uno show di altissima fattura ed intensità, da annoverare, certamente, tra i migliori delle due giornate.
Cambio di band e cambio di genere, perché si va nei territori del death melodico svedesi, con una delle band simbolo di questo filone, i Dark Tranquillity. Con un nuovo album all'attivo, Fiction, che conferma la crescente ripresa qualitativa della formazione svedese, dopo due album alquanto altalenanti e poco significativi come Projector ed Haven (anche se acclamati da molti), Stanne e compagni si presentano ancora una volta sul palco del Gods Of Metal, forti di una continuità live sempre di buon livello, anche se, va detto, oggi non si può parlare di prestazione memorabile. Sfavoriti da suoni non all'altezza, rispetto alle band esibitesi prima, il sestetto di Ghoteborg riesce comunque ad offrire una prestazione dignitosa, incentrando buona parte del loro show su album quali Character, Damge Done, Projector ed, appunto Fiction. Stanne, come al solito, sopra tutti (assieme al batterista Jivarp), frontman eccezionalmente carismatico, riesce ad elevare un gruppo che sembra leggermente in torpore, pur non sfigurando di certo su pezzi quali Therein e Through Smudged Lenses, nonostante qualche lieve incertezza sui puliti; il punto è che manca un certo mordente nelle chitarre, spina dorsale della band, vuoi anche per i suoni impastati. Il concerto scorre, comunque, in maniera abbastanza gradevole per il pubblico. Unica, vera, insopportabile pecca, specie per i fan storici de Dark Tranquillity, l'errore sull'attacco della track-simbolo dei sei scandinavi, Punish My Heaven, che fa scuotere la testa ad alcune persone. Non certo una performance delle migliori, ma la loro classe riesce a condurre in porto più che decentemente anche questa prova leggermente opaca.
Attesissimi, dopo il forfait dell'anno scorso e freschi del nuovo e imperioso In Sorte Diaboli, calano sull'Idroscalo di Milano i Dimmu Borgir. L'ora non sembrerebbe propizia al sestetto norvegese, vista la presenza del sole, ma i Dimmu Borgir si dimostrano superiori a questi lievi inconvenienti, assaltando frontalmente il pubblico con un Hellhammer (il quale sembra entrato a tutti gli effetti nel combo scandinavo, e non solo in virtù di session) in piena forma, motore di questa corazzata oscura. Death Cult Armageddon, Puritanical Euphoric Misanthropia e la nuova release, dominano il set-list dei sei norvegesi, che scaricano le loro chitarre dinamiche e thrashy su un pubblico pronto a sferrare l'attacco ed incurante del fango e delle pozze d'acqua rimaste dalla pioggia del giorno precedente. Shagrath portavoce dell'Inferno musicale della band, sempre impressionante come presenza scenica, oltre che nell'esecuzione dei brani, al quale fa da contraltare la voce quasi sognante di Vortex, vero singer aggiunto della band. L'implacabile bombardamento di riff veloci e serrati di chiara matrice thrash, accompagnati dalle tastiere ed orchestrazioni di Mustis, generano un'atmosfera di costante avvento dell'Apocalisse, che riesce a creare un'atmosfera cupa anche in un contesto da tipica giornata estiva. I suoni, buoni, se si eccettua un'eccessiva amplificazione della voce di Shagrath, fanno risaltare le complesse e mortali architetture dei Dimmu Borgir, che non sembrano perdere un colpo o voler lasciare tregua e respiro ai kid sotto il palco. Una marcia d'invasione in tutto e per tutto, che attende l'ordine del suo generale Shagrath e dei due alfieri Sileoz e Galder, per lanciare, verso la fine, due classici della formazione nordeuropea, entrambi estratti dal loro lavoro-simbolo per eccellenza, Entrhoned Darkness Triumphant. Spellbound fiacca le difese nemiche e la colossale Mourning Palace, la 'canzone' per eccellenza dei Dimmu Borgir, mettono l'oscuro sigillo su questa nuova conquista. Per la seconda giornata, assieme a Symphony X, i migliori sul campo (di battaglia).
Dopo l’esibizione dei Dimmu Borgir di Shagrath tocca ai Blind Guardian conferire un tocco epico e fantastico al festival, esplorando i meandri della Terra di Mezzo con le rocciose sonorità del Power Metal teutonico. La data milanese del tour di A Twist In The Myth era stata gradita dai fans più accaniti ed invece criticata da chi ha trovato in Kursch e compagni troppe pecche a livello live: ad aprire il concerto al Gods Of Metal si pensano Into The Storm, Born In A Mourning Hall e Nightfall, che sono accolte calorosamente e con entusiasmo dagli accorsi sotto il palco. Hansi fatica comunque sia nell’approccio vocale sia sotto il profilo della dinamicità sul palco, perché la resa del cantato è davvero da dimenticare e i problemi tecnici sono notevoli rispetto alle leggendarie date che i Blind Guardian avevano proposto anni fa. Indimenticabile The Bard’s Song che non trova però il riscontro sperato nel pubblico, mentre Time Stand Still (At The Iron Hill) e Mirror Mirror fanno rinvigorire un’esibizione che lascia una leggera amarezza. Azzardata infatti è stata anche la scelta di suonare la lunga And Then There Was Silence, che di certo non ha raffigurato un capitolo easy-listening e diretto per i presenti.
Osannati dai fan più accaniti o criticati ferocemente da chi continua a tacciarli di freddezza e manierismo esasperato, i Dream Theater erano una band che, al di là di tutto, mancava al Gods Of Metal. In quest'occasione suonano in una posizione privilegiata, pre-headliner prima degli Heaven And Hell, ma anche leggermente scomoda, con un disco praticamente ancora non pubblicato, ed il fatto di venire prima di un nome storico e dopo una band, i Dimmu Borgir, che possiedono un impatto scenico e musicale, di certo più dirompente di questi. Appena saliti sul palco, i 5 newyorkesi, stupiscono tutti, annunciando l'esecuzione del monumentale Images&Words per intero, poiché, nelle parole dello stesso LaBrie, '...suonare i pezzi di un album non ancora pubblicato, non avrebbe molto senso'. Risentire per intero un album di questa portata genera una grande emozione nel pubblico, se si conta la band dimostra di essere in grande forma, specialmente LaBrie, il quale sembra aver ritrovato per intero lo smalto del periodo Images&Words, oltre che l'estensione, anche se in pezzi come Surrounded o Another Day, modifica leggermente (ed inspiegabilmente visto il suo stato di forma) alcune linee vocali, omettendo qualche acuto fondamentale per il pathos del brano. Tutto questo, però, non inficia l'ottima performance, anche i suoni della chitarra di Petrucci si dimostrano assolutamente non all'altezza. Sta di fatto che Take The Time, Metropolis Part I e Pull Me Under, si confermano capolavori e veri inni, a fianco delle meno inflazionate ma bellissime, Under A Glass Moon e Learning To Live. C'è spazio per altri brani ed altri album però, che fanno brillare le stelle dello spettacolare Portnoy, del certosino Myung e di un Rudess intento a 'scrutare l'orizzonte' su di una pedana mobile per la tastiera: As I Am e Home dimostrano come i Dream Theater siano ancora all'altezza del loro nome e della posizione guadagnatasi attraverso album a volte geniali a volte controversi. Ottima prova, anche sul fronte del feeling e antipasto nell'attesa di un album che potrebbe segnare un punto cruciale nella loro carriera dopo il deludente Octavarium.
Calano le ombre sull'Idroscalo e la scenografia da cattedrale gotica aumenta il suo impatto scenico. L'atmosfera è quella giusta per vedere in azione delle vere e proprie leggende viventi del metal e del rock, anche se con un nome particolare: Heaven And Hell. Prendendo spunto da uno dei loro album più belli, che ha segnato un altro grande periodo musicale, dopo la dipartita di Ozzy Osbourne, Iommi, Appice, Butler ed il folletto Dio, salgono sul palco, tra le ovazioni di una folla incredibilmente eterogenea dove si mischiano fan di vecchia data ed estimatori dell'ultima ora. Il possente ed imperioso sound della formazione britannica madrina, secondo molti, del doom metal, accompagna una prestazione magistrale di Ronnie James Dio, strepitoso su cavalli di battaglia come Heaven & Hell, Children Of The Sea, The Mob Rules o Neon Knights. La band, come si evince dal nome, presenta il repertorio del periodo Dio, quindi i già citati Heaven & Hell, Mob Rules e Dehumanizer, ma nonostante il set list limitato nella sua varietà, la sensazione è di rimanere appagati da ogni nota prodotta da Ronnie, poiché è lui la star della serata, a dispetto di altre personalità sul palco, di rilievo, come Iommi. Dio coinvolge il pubblico, corre, salta, canta senza alcuna sbavatura, catalizzando l'attenzione e creando un'atmosfera che sembra essere fuori dal tempo, come l'oscurità ed il misticismo creato dai pezzi di questa formazione particolare dei Black Sabbath (sono sempre loro, comunque). Vodoo e The Sign Of The Southern Cross valorizzano, oltre all'operato del duetto Dio&Iommi, anche il pulsare sempre preciso di Butler ed il tocco di Appice, protagonista di un assolo di batteria che sembra avere poco senso in un contesto dove sono i brani in se, e brani di un periodo particolare, a farla da padrone. Un'ora e mezza circa per i tre stregoni del suono oscuro ed il folletto, forse poco per alcuni, ma non paragonabile all'alta qualità di una delle migliori prove di questi due giorni di Gods Of Metal.
Si chiude così questa prima parte del festival metal più importante d'Italia. Appuntamento il 30 di Giugno per la giornata conclusiva e per ammirare altre grandi nomi assieme a formazioni emergenti, nella giornata più eterogenea delle tre.
Report - Andrea "Vash_Delapore" Evolti Foto - Andrea "AFTepes" Sacchi